Argomento:
Metodologia dell'allenamento del calcio
Data:
2003
Testata:
Il Nuovo Calcio. 134: 146-150, 2003
 
2/3 di resistenza, 1/3 di forza………
di Gian Nicola Bisciotti

Prendete 1/3 di bitter Campari, 1/3 di gin, 1/3 di Martini rosso, aggiungete del ghiaccio e mescolate il tutto, questi sono gli ingredienti per uno dei cocktail più famosi del mondo, il Negroni per chi non lo sapesse.... 2/3 di resistenza, 1/3 di forza, un pizzico di balzi e 2 gocce di squat, potrebbero essere invece gli ingredienti adatti per un cocktail molto particolare: l’intermittente forza. Ma che cosa è in realtà l’intermittente-forza? Cominciamo subito con il dire che è una "variante sul tema" rispetto all’intermittente classico. Quest’ultimo, forse è bene ricordarlo, è costituito da un certo numero di metri (se calcolato in base alla distanza), oppure da un certo numero di secondi (solitamente da 10 sino a 30, se basato sul tempo di lavoro), percorsi a velocità comprese tra il 100 ed il 130% della VAM (Velocità Aerobica Massimale), tali periodi di lavoro sono inframezzati da pause di recupero che possono essere di tipo attivo (in cui l’atleta corre ad una percentuale della VAM piuttosto ridotta, solitamente il 60-65%) oppure passivo (durante le quali l’atleta riposa per un certo numero di secondi fermo sul posto). Ricordiamo anche che la VAM, può essere intesa coma la velocità di corsa alla quale il nostro motore aerobico è, per così dire, "al massimo dei giri ". L’intermittente-forza, introdotto da un mio stimatissimo e creativo collega, Gilles Cometti, prevede l’inserimento nell’intermittente classico di esercitazioni di forza, come balzi orizzontali e verticali, skipping, corsa calciata, squat ecc. La logica che persegue questo tipo di lavoro, è quella di allenare, unitamente alle capacità di resistenza organica centrale, anche le caratteristiche di forza specifica che costituiscono uno dei fattori limitanti della resistenza periferica. L’introduzione, all’interno di un circuito d’intermittente-forza di esercitazioni esplosive, come i balzi, oppure l’utilizzo di esercitazioni che comportino l’uso di sovraccarichi di una certa entità (normalmente circa il 70% del carico massimale), dovrebbero, secondo alcuni Autori, permettere il coinvolgimento delle fibre muscolari di tipo II (ossia delle fibre a contrazione rapida), altrimenti difficile da ottenersi nel corso di un intermittente classico basato solamente sulla corsa effettuata a diverse intensità. Ad onor del vero non tutti gli Autori sono concordi con questa ipotesi, alcuni infatti asseriscono che l’adozione sistematica di esercitazioni basate sull’esecuzione ripetuta di brevi ma intensi sforzi massimali, porterebbe ad un aumento delle fibre di tipo I , ossia quelle a contrazione lenta, piuttosto che ad un incremento delle fibre a contrazione rapida. Per chi volesse approfondire l’argomento, consiglio la lettura di un recente ed interessante articolo di Alberti e coll. (2002). Al di là di questa controversia, l’intermittente-forza, si rivelerebbe particolarmente adatto a tutta quella tipologia di atleti che hanno a che fare con un tipo di resistenza specifica che potremmo definire "piuttosto strana", costituita da un mix di resistenza organica centrale e resistenza periferica muscolare, come appunto il calciatore. Atleti dunque, a cui è richiesta una prestazione di corsa, da qui l’esigenza di una buona resistenza organica centrale, ma in modo molto specifico, effettuando cioè cambi di direzione, balzi, accelerazioni, decelerazioni, gesti tecnici esplosivi….da cui nasce l’esigenza di una resistenza periferica muscolare altamente specifica (Bisciotti, 2003). Vediamo ora di esaminare quali siano i principi metodologici sui quali si basa questo tipo di lavoro.

Cominciamo con il dire che l’intermittente-forza, anche nell’accezione del suo ideatore, dovrebbe piuttosto rispondere alle regole fisiologiche su cui si basa la resistenza organica piuttosto che su quelle su cui è basato l’allenamento della forza (Cometti, 2002). Ma quali sono questi principi generali, ed ancor più specificatamente, nel caso dell’allenamento intermittente a cosa soprattutto dobbiamo attenerci?

L’allenamento intermittente classico è rivolto all’incremento della potenza aerobica , sia nelle sue componenti centrali cardiache, che in quelle di tipo periferico. Per ottenere un miglioramento di questi parametri occorre necessariamente che l’intensità del lavoro raggiunga una certa entità e che il lavoro stesso sia di una certa durata. In linea generale, possiamo affermare che per ottenere un miglioramento della potenza aerobica, la frequenza cardiaca di lavoro dovrebbe essere sempre al di sopra di circa l’80-85% della frequenza cardiaca massimale dell’atleta e la durata pari almeno al 20%-30 in più rispetto al tempo di mantenimento massimo di una corsa effettuata al ritmo di VAM. Così, se un atleta che abbia una VAM pari a 17,5 km/h, riesce a correre a questa velocità per un tempo massimo di 6’, una serie d’intermittente effettuata al 100% della VAM, dovrebbe avere la lunghezza di perlomeno 12’’ (questo nel caso in cui il tempo di lavoro sia uguale al tempo di recupero e quest’ultimo sia di tipo passivo), per un ulteriore approfondimento vi rimando al box sull’argomento. Quali sono invece i principi che reggono la costruzione di un intermittente-forza?

L’impostazione di questo tipo di lavoro passa attraverso tre tappe, che nella concezione del suo ideatore, dovrebbero essere d’impegno crescente, ossia:

  • L’intermittente balzi-orizzontali
  • L’intermittente balzi-verticali
  • L’intermittente con sovraccarichi

Possiamo vedere riportato un esempio di questi tre tipi di lavoro, rispettivamente in figura 1,2, e 3.

Figura 1: esempio di una seduta d’intermittente-forza basata su 15’’ di corsa ad una velocità pari al 110% della VAM, 20’’ di corsa al 60% della VAM e 10’’ di balzi in orizzontale. Per un atleta che abbia una VAM pari a 17,5 km/h si tratterebbe di percorrere 80 metri durante i 15’’ corsi al 110% della VAM e 58 metri nei 20’’ corsi al 60% della VAM.

Figura 2: esempio di una seduta d’intermittente-forza impostata utilizzando gli stessi parametri impiegati nell’esempio precedente, la sola variante è costituita dal fatto che i balzi in orizzontale sono stati sostituiti dai balzi verticali.

Figura 3: un esempio d’intermittettente forza con l’utilizzo di sovraccarichi. I parametri utilizzati per la corsa sono gli stessi degli esempi precedenti, la parte dell’esercitazione rivolta all’allenamento della forza è costituita da 3 ripetizioni di _ squat con un carico pari al 70% del carico massimale abbinato a 6 ostacoli bassi, per un totale di lavoro pari a 15’’.

All’interno della seduta d’intermittente-forza occorre poi rispettare anche, non tutti, ma per lo meno alcuni dei principi sui quali si basa l’allenamento delle caratteristiche di forza. Abbiamo detto poc’anzi che la logica su cui si basa questo tipo di lavoro e quella di riuscire ad ottenere un coinvolgimento delle fibre a contrazione rapida, altrimenti difficilmente ottenibile attraverso l’intermittente classico. Per ottenere ciò, occorre necessariamente che nel intermittente balzi-orizzontali e nell’intermittente balzi-verticali, si mantenga un’esplosività del gesto ottimale nel corso di tutta la durata dell’esercitazione, e che nel corso dell’intermittente con sovraccarichi, questi ultimi siano di un’entità tale da poter garantire il coinvolgimento delle fibre di tipo II, onde per cui i carichi utilizzati dovrebbero perlomeno essere pari al 70% del carico massimale. Proviamo ora a vedere se è possibile riuscire, nei vari tipi d’intermittente proposti, a far convivere queste due esigenze metodologiche, ossia a rispettare contemporaneamente i principi metodologici relativi all’allenamento della resistenza organica (che abbiamo definito come prioritari) e quelli riguardanti l’allenamento della forza (che potremmo definire come secondari). A questo scopo abbiamo chiesto a 10 giocatori di calcio di medio livello, di eseguire i tre tipi di lavoro illustrati in figura 1,2 e 3, registrando, sia la frequenza cardiaca di lavoro, che la produzione di lattato, visto che la prima è un buon testimone dell’impegno delle componenti centrali mentre la seconda può essere assunta come un marker del coinvolgimento delle fibre a contrazione rapida.

Per ciò che riguarda l’intermittente-forza riportato in figura 1 i valori di frequenza cardiaca media e di produzione di lattato sono stati rispettivamente pari all’ 82.2 ± 3.4% della FC massima e 6.7 ± 0.7 mmol . l-1.

Figura 4: esempio di registrazione di frequenza cardiaca nel corso di un intermittente-forza del tipo riportato in figura 1. I valori della frequenza cardiaca si attestano ad una media pari a circa l’82% della FC massimale. I valori di lattato in questo tipo di lavoro si attestano a valori di circa 6.5 mmol . l-1.

 

 
 

Per chi volesse approfondire

Alberti GP e coll. L’allenamento intermittente-forza. SdS. 56:46-53, 2002.

Billat LV., Slawinski J., Bocquet V., Demarle A., Lafitte L., Chassaing P., Koralsztein JP. Intermittent runs at the velocity associated with maximal oxygen uptake enables subjects to remain at maximal oxygen uptake for a longer time than intense but submaximal runs. Eur J Appl Physiol.81: 188-196, 2000.

Bisciotti GN. Il corpo in movimento. Edizioni Correre. Milano, 2003

Bisciotti GN. The Pysiological effects of time work, intensity and time recovery in the intermittent training. Medicina della Sport. In corso di stampa

Cometti G. Forza e velocità nell’allenamento del calciatore. Edizioni Correre. Milano, 2002.

 

Nell’intermittente-forza riportato in figura 2 i valori di frequenza cardiaca media e di produzione di lattato sono stati rispettivamente pari all’ 81.3 ± 2.8% della FC massima e 7.9 ± 0.6 mmol . l-1.

Figura 5: esempio di registrazione della frequenza cardiaca nel corso di un intermittente-forza del tipo riportato in figura 2. I valori della frequenza cardiaca si attestano ad una media sovrapponibile a quella riscontrabile durante l’intermittente-forza illustrato in figura 1. La produzione di lattato, al contrario, si attesta su valori superiori rispetto all’esercitazione precedente.

Infine, nell’intermittente-forza illustrato in figura 3 i valori di frequenza cardiaca media e di produzione di lattato sono stati rispettivamente pari all’ 81.7 ± 3.3% della FC massima e 7.7 ± 0.8 mmol . l-1.

Figura 6: esempio di registrazione della frequenza cardiaca nel corso di un intermittente-forza del tipo riportato in figura 3. I valori della frequenza cardiaca e di produzione di lattato non differiscono statisticamente da quelli riscontrabile durante un intermittente-forza del tipo riportato in figura 2.

Confrontando statisticamente i risultati, come riportato sotto forma grafica nelle figure 7 ed 8, possiamo rilevare come la frequenza cardiaca non differisca statisticamente nel corso dei tre tipi d’intermittente, mentre la produzione di lattato sia statisticamente superiore nell’intermittente con balzi verticali (IBV) e nell’intermittente con sovraccarico (IS), rispetto all’intermittente con balzi orizzontali (IBO). Inoltre la produzione di lattato registrata durante l’IBV e l’IS non differisce statisticamente.

Figura 7: frequenza cardiaca media, espressa in percentuale della frequenza cardiaca massimale, registrata nei tre tipi d’intermittente considerati.

Figura 8: produzione di lattato media registrata nei tre tipi d’intermittente studiati.

Proviamo ora a commentare brevemente i risultati registrati ed a trarne qualche considerazione metodologica. I valori di frequenza cardiaca, che si attestano per tutti e tre i tipi d’intermittente, a poco più dell’80% della FC max, stanno ad indicare come questi tre tipi di lavoro provochino uno stimolo funzionale sufficiente all’incremento della potenza aerobica, anche se sarebbe indicato aumentare leggermente, di circa 5-10 secondi, il tempo di percorrenza effettuato alla velocità pari al 110% della VAM allo scopo di raggiungere percentuali leggermente più elevate di frequenza cardiaca (ossia circa l’85%), maggiormente consone allo sviluppo della potenza aerobica. La maggior produzione di lattato registrata nell’IBV e nell’IS rispetto all’IBO, starebbe ad indicare un probabile maggior coinvolgimento di fibre di tipo II nei due primi tipi di lavoro rispetto all’intermittente basato sui balzi orizzontali, nel quale l’impegno di forza esplosiva, ed il conseguente coinvolgimento di fibre a contrazione rapida, risulterebbe minore. Il fatto invece che non vi sia una differenza statisticamente significativa tra la produzione di lattato registrata nel corso dell’IBV e quella riscontrabile durante l’IS, indicherebbe che l’utilizzo di sovraccarichi non determinerebbe un maggior coinvolgimento di fibre a contrazione rapida, almeno per quello che riguarda le modalità di utilizzo considerate (70% del carico massimale per tre ripetizioni). Considerando inoltre le complicazioni di ordine "organizzativo", che si possono incontrare nell’uso dei sovraccarichi, nonchè il fatto che l’esecuzione di un esercizio come il semi-squat in condizioni di affaticamento, costituisce un indubbio fattore di potenziale rischio, sconsiglierei l’utilizzo dell’IS a favore dell’IBV e delle sue possibili varianti. E poi, visto che i risultati tra i due tipi di lavoro, da un punto di vista fisiologico, sono sostanzialmente simili...perchè complicarci la vita? Alla luce di questi risultati cosa possiamo dire in definiva? Direi che l’intermittente-forza può essere con merito promosso come un valido mezzo di lavoro, ed a chi strorce il naso per la convivenza tra due mezzi tradizionalmente giudicati come inconciliabili, quali la forza e la resistenza organica, vorrei ricordare come in un recente studio pubblicato sull’autorevole rivista American Journal of Physiology, si dimostri come gli atleti che pratichino allenamento di tipo resitivo assieme all’allenamento di forza, abbiano livelli di ormone della crescita e di fattore della crescita insulino-simile, maggiori di chi non pratichi nessuna forma di allenamento cardiovascolare. Questo a dimostrazione del fatto che un allenamento di resistenza organica ben dosato può tranquillamente convivere con un piano di lavoro rivolto all’aumento delle caratteristiche di forza.

Corsa intermittente e corsa continua: 2 stili a confronto

Se il nostro scopo è quello di aumentare la potenza aerobica, i due mezzi di allenamento sui quali può ricadere la nostra scelta, possono essere l’intermittente oppure la corsa continua effettuati ad una velocità compresa tra il 100 ed il 130% della velocità aerobica massimale (VAM). I due parametri da ricercare nel caso in cui si voglia incidere positivamente sulla potenza aerobica, sono infatti l’intensità del lavoro e la sua durata; in altri termini per poter sperare di aumentare i valori di potenza aerobica di un calciatore, occorre che durante le specifiche sessioni d’allenamento basate sulla corsa (intermittente o continua che sia), si trascorra il maggior tempo possibile a VAM od a percentuali superiori di quest’ultima. Quali sono allora i possibili vantaggi dell’allenamento intermittente rispetto a quello basato sulla corsa continua? Direi essenzialmente tre:

1) La maggior specificità del primo nei confronti del secondo, soprattutto per ciò che riguarda delle tipologie atletiche specifiche, come appunto quella del calciatore, nelle quali il modello prestativo è basato in gran parte sulla corsa intermittente.

2) La possibilità di poter incidere positivamente sulle componenti muscolari specifiche, che si ritroveranno poi nella fase di gioco, grazie all’esecuzione reiterata di fasi di accelerazione e decelerazione, fattore che di fatto non viene allenato utilizzando la corsa continua.

3) La possibilità di poter trascorrere un tempo maggiore ad una velocità di corsa pari alla VAM rispetto alla corsa continua (Billat, 2000). In tal modo, ossia amplificando lo specifico stimolo funzionale, è possibile stimolare maggiormente l’incremento della potenza aerobica.

Ed è proprio su quest’ultimo terzo punto che vorrei sottolineare un importante concetto, da cui far scaturire una regola pratica sulla quale dovrebbe basarsi la pianificazione temporale di una seduta di allenamento intermittente. Abbiamo poc’anzi ricordato come per poter incidere positivamente sui valori di potenza aerobica occorra adottare una certa intensità ed una certa durata nel lavoro proposto. Per quello che riguarda la giusta intensità in funzione degli obbiettivi scelti durante il lavoro intermittente, abbiamo già parlato in alcuni articoli precedenti apparsi su questa stessa rivista, ed allora la seconda domanda che sorge naturale è: "quale dovrebbe essere la giusta durata di un intermittente?"

Per rispondere correttamente a questo, a mio parere importante, quesito facciamo un esempio pratico: poniamo il caso di avere un atleta la cui VAM sia di 17,5 km/h e di aver scelto, per esigenze programmatiche, di fargli effettuare un intermittente di tipo "aerobico", al 100% della VAM, del tipo 30’’-30’’ (30’’ di lavoro e 30’’ di recupero passivo). Quale dovrebbe essere la corretta durata di quest’ultimo? Per prima cosa dovremmo effettuare quello che potremmo chiamare un "Test di resistenza a VAM", che consiste in pratica nel chiedere all’atleta di correre a ritmo di VAM per il maggior tempo possibile; il test finisce infatti nel momento in cui l’atleta non riesca più a mantenersi alla velocità prefissata. Nel nostro caso, se effettuassimo il test su di una pista di atletica o comunque su di un percorso piano di 400 metri, il nostro calciatore dovrebbe rispettare un tempo di passaggio di 1’22’’ ogni 400 metri, ossia 3’25’’ ogni 1000 metri. Ammettiamo che resista a questa andatura 7’ (il tempo di mantenimento della corsa a ritmo di VAM è in effetti compreso tra 4 ed 11’, la media è appunto di circa 7’). Ora, uno degli scopi del nostro intermittente è quello di mantenere l’atleta per un tempo maggiore a ritmo di VAM rispetto a quello mantenibile nel caso della corsa continua effettuata alla stessa velocità. Se, come nel nostro caso, abbiamo scelto un intermittente 30’’-30’’, il tempo globale di lavoro dovrebbe essere perlomeno superiore ai 14’, infatti solamente a partire da 14’ il tempo trascorso a VAM durante l’intermittente sarebbe pari a quello trascorso a VAM durante la corsa continua. L’ideale sarebbe aumentare il tempo trascorso a VAM di una percentuale pari a circa il 30% del tempo trascorso a VAM durante la corsa continua. Nel nostro caso quindi la durata ideale dell’intermittente sarebbe di 18’. Cosa succederebbe se proponessimo invece una seduta d’intermittente la cui durata fosse minore rispetto al tempo trascorso a VAM durante la corsa continua? Rispetteremmo il punto 1, ossia potremmo incidere positivamente sulle componenti muscolari specifiche ma non il punto 2: onde per cui il tempo totale trascorso a VAM non costituirebbe un stimolo funzionale sufficiente all’incremento della potenza aerobica. Ovviamente questa regola vale per tutte le percentuali di corsa, rispetto alla VAM, scelte. Se si decidesse quindi di effettuare un intermittente al 110% della VAM, occorrerebbe effettuare un test di resistenza a questa velocità di corsa e procedere nel calcolo esattamente come nell’esempio precedente.

 


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